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La chirurgia non è una scienza esatta, al contrario essa è dominata dall’individualità e dalla variabilità. Di fronte ad un malato è necessario cercare di scoprire che cosa lo caratterizza rendendolo diverso da un altro, perché è la scoperta di questo particolare che permette di ritagliare sul singolo il trattamento migliore, qualche volta diverso da quello dettato dalla norma. In reparto si capisce che ogni malato rappresenta una storia a sé: sono storie che spesso lasciano sgomenti e alle quali è difficile trovare risposte; purtroppo non esistono corsi all’università che insegnino come parlare ad un malato grave, o come spiegare cosa sta succedendo a dei famigliari, che non riescono a capire perché la loro vita stia così improvvisamente cambiando. A dei parenti increduli sembra impossibile che lo smisurato progresso tecnologico della chirurgia non permetta di fere di più. Purtroppo la verità è che la tecnica con la perfezione delle sue immagini e con i suoi tanti parametri di laboratorio ci ha aperto delle finestre che illuminano la profondità del corpo, ma, diceva un vecchio chirurgo appassionato di mare, noi chirurghi restiamo come dei marinai che scrutano il colore e il movimento dell’acqua per scoprire cosa c’è nel fondo. L’essere umano non si riduce a delle immagini e a dei parametri: l’approccio all’uomo malato passerà sempre attraverso la semeiotica, la scienza dei segni e dei sintomi, l’alfabeto della medicina e attraverso il ragionamento clinico. |
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